-Guido Priano-
CRONACHE PIOVOSE
Ven. 29 03- 24 h 10 28
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1. Sul treno - Scrivere. Mi viene sempre voglia di scrivere quando mi trovo per strada e osservo le cose che accadono o le persone. In realtà il libro si sta già scrivendo da sé, respira, vive. Probabilmente è perfino inutile che io mi dia tutta questa pena di fissare sulla carta ogni idea e il tormento per trasmettere ad altri ciò su cui inciampo mentre percorro la strada che mi è stata assegnata. Non interessa a nessuno. Solo a me, per quello che può essere utile alla prosecuzione della mia storia.
Mi trovo sul treno. Un pessimo treno mal progettato. Studiato certamente a tavolino per risultare scomodo, rumoroso e volto a disturbare stuzzicando continuamente il passeggero. Annunci perenni, quasi sempre idioti o inutili, impediscono di godere il piacere di un paesaggio che scorre in silenzio o di concentrarsi sulla lettura di un buon libro. Da notare che i sedili sono pensati con sicuro riferimento al “pacco stretto” di Auschwitz: dove possono stare due persone ne fanno stare quattro, in spazio grande appena per contenere una persona alta un metro e sessanta collocano le gambe di un uomo di un metro e ottanta di altezza. Latrine insufficienti(due per servire tutto il treno, spesso guaste o talmente lorde da essere inservibili), finestrini bloccati, telecamere ovunque, spigoli contro i quali si può facilmente battere la testa. Poi in aggiunta a questi stimoli forzosi e scomodità architettoniche, intervengono gli snervanti smartphone con le loro musichette atroci, gli spezzoni di serie tv dozzinali lacerate da roboanti inserti pubblicitari, calcio mercato, giochini elettronici. E tanta banalità che deprezza e logora progressivamente l’Uomo.
Oggi è Pasqua e una pioggia battente insiste contro il vetro. Il vento di mare sospinge le gaggie e arruffa la sordida vegetazione del torrente Polcevera. Si vedono molti gabbiani che cercano rifugio dal mare sulle numerose spiaggette ingombre di rami secchi e tronchi d’albero. Mulinelli di bottiglie di plastica e palloni sgonfi e il giallo di un sole sinistro. Giro la testa verso lo scompartimento e noto solo teste ricurve sui rispettivi schermi degli smartphone o dei tablet. Una scena che sembra ricollocata in qualche ambientazione distopica di uno dei tanti film o telefilm frantumati da inondazioni di spot. Non mi mette di buon umore, è triste, avvilente e provoca la stessa irritazione che potrebbe provocare un puzzo nauseante capace di impestare in modo indelebile tutto ciò che incontra. La gente è ipnotizzata e compie azioni di puro automatismo, va smarrendo a poco a poco ogni risorsa mnemonica ed intellettiva. Il tempo di attenzione e la capacità di ascolto e comprensione dei discorsi o dei testi si riduce col ridursi del leggere, dello scrivere e del parlare. Ogni elemento che potrebbe indurre ragionamento e astrazione viene appiattito e automatizzato con “faccine”, abbreviazioni, simboli e tante frasi, immagini e suoni preconfezionati. Ora persino l’intelletto umano viene offerto in cabaret di polistirolo cellophanato. Ma costa un patrimonio. E scade in fretta. Una strategia fa pressione sull’umanità, cercando in ogni modo accattivante di convincerla che non è necessario “affaticarsi” con cose “scomode e spiacevoli” come il pensiero, quando al suo posto possiamo collocare il “comodo piacere” di potersi permettere bibite zuccherate e cibi spazzatura grondanti di formaggio fuso. Il tutto a prezzi esorbitanti rispetto a ciò che risulta alla fine essere l’ammontare del “maltolto”. Truffe con destrezza collocate e supportate da un sistema ben oliato di delinquenti a norma di leggi create da altri delinquenti. Ne bastano pochi nei punti giusti e anche se la grande parte del sistema è costituita di persone oneste, possono solo contare i soprusi e i cadaveri. E se iniziano ad essere troppo insistenti, è sufficiente abbassare il potenziometro del volume e screditarli un pochino, appena poco, tanto la massa ormai è “bene educata” e divora tutto quanto viene dato ad essa in pasto. Anche chi vorrebbe difenderla.
Mi sto amaramente rendendo conto di vivere in una società di zombies drogati da smartphone, tablet, televisione e cibo spazzatura colmi di roboante e squallida pubblicità. Viene banalizzata qualunque cosa, deprezzata e svalutata l’essenza stessa dell’uomo e del suo essere pensante. Tutto non conta più, non dura più di un attimo, veloce arriva e veloce se ne va e viene subito sostituito. Vecchio modello dell’uomo velocemente nella spazzatura, e via, subito un nuovo “consumatore consumabile”! uno via l’altro.
Sembra un incubo a volte. Ma è la realtà. E a chi le dico queste cose? Posso solo scrivere...ma chi lo leggerà? Cosa capirà?
Faccine faccine faccine, sigle e monosillabi, copia incolla di frasi fatte, soglia di ascolto e comprensione sotto zero, memoria sottozero, sensibilità e senso morale sotto zero, compassione inesistente. Niente e nessuno dura a lungo. Non si guarda più in faccia nessuno. Non si guarda più nessuno allo specchio. Se lo faccio notare, tutti cambiano argomento come infastiditi. Rompe proprio così tanto i coglioni chi ragiona ancora? A molti basta cancellare e dimenticare. Sostituire con una qualche costosa e illusoria compensazione. Luccicante e sorridente come una coloratissima confezione di cibo pronto.
Deprimente. Mi addolora moltissimo. E posso solo osservare impotente il decadimento dell'Uomo per mano sua. Felice di rotolarsi nel fango più insensato.
Cosa resta da fare?(lo dico tra me e per me solo)prendere le distanze da questa società, abbracciare ciò che essa rifugge e rifiuta come “inutile”, “lenta”, “poco piacevole”, “noiosa”, poco rumorosa. Proprio nel silenzio, nella lentezza, nella ricerca di ciò che è davvero “l’Abbastanza” che “soddisfa”. “Vecchie”(per il consumismo) tecnologie, “vecchi” passatempi. “Nuove” idee che non danno spazio al consumo e alla ricerca del soddisfacimento di bisogni indotti. Le necessità reali sono molto poche. E le abbiamo già oltre il sufficiente. Sfrondare, eliminare per ritrovare ben altro. A cominciare dal ricordare ciò che ci era stato insegnato da grandi menti: Krishnamurti, Lao Tzu, Buddha, il Dalai Lama, etc.
2. In stazione - Scendo dal treno a Sampierdarena e subito mi imbatto in una improbabile donna dal fisico debordante, avvolta in strettissimi leggings color blu elettrico e fasciata da una altrettanto soffocante maglietta rosa. Unghie lunghissime decorate con brillantini. La pesante scia di profumo mescolata ad un altro forte odore mi aggredisce le narici. Come ormai prassi consolidata, la donna sta gridando a squarciagola nel microfono dell'auricolare. Chissà con chi parla. Probabilmente è su whatsapp. Non faccio a tempo a terminare il pensiero che vengo colpito da una sua natica. Cado pesantemente. Ma la donna nemmeno si è accorta di me e prosegue nel suo urlante incedere. Inizio a tirarmi su e mentre alzo il capo, trovo il volto sdentato di un ubriaco dall'alito avvelenato. Mi chiede soldi. Dice per mangiare. Barcolla. All'improvviso si gira e vomita. In quell'istante passa un ragazzo con il volto sprofondato nel suo tablet. Non vede l'ubriaco e nemmeno il suo vomito. Scivolata incredibile! Indovinate un po' dove va a crollare? sul sottoscritto! Ci portano entrambi al pronto soccorso dell'ospedale Villa Scassi. Purtroppo il giorno di Pasqua è "il giorno dopo" la grande sbronza dei padroncini che si danno appuntamento sul piazzale antistante la fermata della metro di Principe. A partire dalle nove della sera di ogni giorno prefestivo giungono camioncini scassati da ogni parte di Genova guidati da altrettanto scassati ometti molto male in arnese. Aprono i portelloni e ne estraggono casse di Heineken comprata all'Ipercoop. Di lì a poco scoppiano risse, gente urina in strani posti , altra gente vomita. A qualcuno scappa la cacca. Su quella enorme cacca si siede un omino sbronzo. Quando tornerà a casa la moglie non gli aprirà la porta. Buffo esemplare di spugna impenitente. Sei proprio nella merda adesso amico!
Che c'entra "il giorno dopo"?
Una festa che si rispetti si conclude sempre al Pronto Soccorso di Villa Scassi! Infatti l'infermiere del Triage che mi prende in carico oggi ha un bell'occhio nero. Il coglione che mi ha travolto, malgrado abbia una gamba rotta e il polso destro slogato...si sta facendo un selfie da postare su Tik Tok.
3. Villa Scassi! - -Ciao. Cosa succede?- si rivolge a me con marcato accento genovese, ma io non capisco perchè parla con la bocca piena di focaccia...con la cipolla.
-Allora? Sei straniero? qui c'è scritto che dovresti essere di qui. Non sei “foresto”. Parla!-
Gli rispondo indicandogli dove mi fa male e descrivendogli che tipo di male avverto. Mi pare di essermi fratturato delle costole.
L'infermiere scrive qualcosa sulla cartella e poi esce senza dire niente. Ritorna dopo qualche minuto con un portantino che spinge una sedia a rotelle.
-Siediti un po' lì e aspetta. Ti chiamiamo noi per le lastre.-
Faccio come dice. Il dottore non l'ho ancora visto.
Aspetto. Aspetto.
Aspetto.
Inizio a comprendere come mai l’infermiere avesse l’occhio nero. Comunque aspetto.
Qualcuno senza alcun preavviso afferra le maniglie della mia sedia a rotelle e mi porta via come fossi stato un oggetto inanimato. Vengo portato nel gabinetto radiologico. Il radiologo, come consuetudine genovese non saluta, mi strappa di mano malamente il foglio unto di focaccia che l’infermiere mi aveva gettato sulle ginocchia e, con la massima economia di parole, si svolge l’esame. Infine sparisce sempre senza salutare. Alla sala d’attesa del pronto soccorso ci torno nello stesso modo in cui ero stato prelevato.
-Attenda!-
Attendo.
4. Aspettando - Mentre attendo arriva in pronto soccorso un uomo anziano, calvo, che si regge con due bastoni. Cammina molto lentamente. Dal suo abbigliamento sono quasi certo possa trattarsi di un contadino.
E’ gentile, parla praticamente solo in dialetto genovese. Sta aspettando di essere visitato dall’angiologo. Di tanto in tanto deve ricorrere al pronto soccorso per via della circolazione che gli causa dolori e piaghe alle gambe. Malgrado ciò riesce ancora a vivere da solo, con l’aiuto di una sorella che lo va spesso a trovare portandogli un poco di spesa. Ha trascorso la vita nello “scito”, al Belvedere di Sampierdarena, accanto ai suoi genitori. Rimasta vedova la madre, il figlio “fantin” l’ha poi accudita per il resto della vita rinunciando alla propria per lei. Gli usi di questa terra ligure ruvida e dolce, hanno costretto spesso i figli a questa sorta di “suicidio in vita”. Doversi annullare per i genitori. Gettando alle ortiche sogni, passioni, amori e affetti. Per infine sorprendersi un giorno soli, anziani e ammalati. Un’esistenza di sole fatiche e rinunce segnano il volto, il corpo e l’anima di quest’uomo dagli occhi buoni e miti. E’ stato una vittima ideale, purtroppo per lui. Osservo le sue mani. Le tiene abbandonate in grembo. Sembrano rami secchi rosicchiati dal sole. Incisioni profonde sulle dita che ormai sono diventate grigi nodi d’ulivo. Sono il ritratto di ciò che porta anche nel suo cuore innocente. Riesco a leggere queste sofferenze nel fondo dei suoi occhi chiari, amari come le olive taggiasche che ha portato a spalla per tutta la vita lungo un percorso sempre uguale anno dopo anno, composto di scansioni stagionali precise. E la cieca schiavitù ad una famiglia che mai lo ha amato né rispettato. Molti genitori trattano i loro figli come degli animali necessari perché utili, in modo non troppo dissimile dalla considerazione che hanno della gallina che produce uova o del cane che fa la guardia o bada alle pecore. Servono. Ma tutto ciò racchiude in sé un egoismo talmente ingiusto da mozzare il fiato, perché lontano da ogni forma di compassione che esuli dal nutrire e scaldare il corpo all’unico fine di mantenere efficiente questo essere utile. Un disagio necessario. Il resto è considerato futile capriccio e pertanto non tollerabile. Aspirazioni, sogni, passioni…Amore. Questo vecchio ulivo ha subìto ogni sorta di crudele potatura da giovane alberello ancora sorridente e alla fine ha raggiunto la forma che gli era stata assegnata. Mai gli è stato permesso di vedere o pensare ad altro. Questo spesso lo chiamiamo educare un figlio. Ma non comprendo cosa ci possa essere di educativo nel costringere un figlio ad ingoiare il veleno che ha dovuto bere il genitore e le generazioni che lo hanno preceduto. Nasciamo liberi e spontanei. Sinceri e onesti. Poi ci educano. Ma in realtà è una terribile violenza che apre la porta ad ogni genere di snaturato malessere. Alcuni non riescono a sopportarla e, come un giovane albero maltrattato, crescono male o muoiono subito. La maggioranza conduce invece una vita stentata e zoppicante, fino a quando giunge il fresco di settembre e le giornate si accorciano sempre di più. Purtroppo però i frutti della primavera e dell’estate non ci sono e non torneranno più. Potranno essercene altri tutt’al più. Tuttavia, è bene ricordare che il fiume scorre con acque sempre in divenire.
Queste riflessioni vengono interrotte dall’ingresso di una barella che ospita una donna di mezz’età, può avere una settantina d’anni. Truccata pesantemente. Ha i capelli tinti con l’hennè, ma anche una altrettanto vistosa ricrescita giallognola. Le unghie, lunghe, sono smaltate verde smeraldo e brillantini. Il corpo, cadente, si lascia intravvedere dal camiciotto verde del pronto soccorso. Dopo pochi istanti arriva l’infermiere genovese. Tiene in mano un bicchiere di the freddo alla pesca che sorbisce rumorosamente con la cannuccia. Terminato il the, getta il bicchiere per terra e si rivolge alla donna leggendo l’incartamento che la riguarda.
-Te saresti Romola Cirillo?-
-Presente!- le risponde con accento napoletano.
L’infermiere con rapida insospettabile perizia si occupa del prelievo di sangue di Romola. Lei lo lascia fare sorridendo. E’ una donna gioviale anche se un po’ sopra le righe. Dipinge dei quadri allegri e spumeggianti. Ha molto talento. Tanto che riesce a vivere di arte. Con i guadagni delle vendite dei suoi quadri, ha acquistato a buon prezzo un vecchio stabile di due piani sito in via Sampierdarena, dove un tempo cucivano le vele. L’esterno, all’apparenza malandato, in realtà è ancora in ottimo stato di abitabilità e soprattutto dotato di vetrate luminosissime. Il piano alto si affaccia sul porto rinfuse e si scorgono delle immense semoventi sempre al lavoro. Qui ha realizzato il suo atelier. Al piano sottostante invece ha attrezzato una cucina, un salotto, una stanza e il bagno. Entrambi i piani hanno ingresso indipendente, raggiungibile attraverso una scala interna alla quale si accede da un unico portoncino. La vita di Romola è violenza vissuta che lei continua a rivivere. La moglie di un delinquente non conosce libertà, nemmeno quando il marito viene arrestato e poi ucciso in cella. Scappa da Napoli, si ricostruisce una nuova vita raccogliendo qualche pezzo della vecchia che non le è stato rubato. Una strana vita, solitaria circondata da miserie umane che la sfruttano perché è incapace di negare o negarsi. Ride delirante, provando tuttavia sentimenti di morte. E mangia. Mangia. Mangia. Fino a non poterne più. Ma non basta. Deve finire in ospedale. Oggi è uno di quei giorni estremi. Probabilmente sindrome metabolica. Ma non si capirà fino a quando non arriveranno le analisi. Intanto aspetta.
Ritorna l’infermiere. La marea di persone si è calmata finalmente. Ora nel reparto regna un silenzio dolente ,inquinato da odori corporali e cibo cucinato male. In distanza di tanto in tanto si sentono dei suoni elettronici provenienti da qualche apparecchio medicale. I colleghi stanno cenando in saletta infermieri. Cogli l’attimo.
-Te ti chiami Luca neh?- rivolgendosi a me.
-Si. E lei come si chiama?-gli rispondo.
Ridendo, taglia corto e mi dice con quel suo accento genovese dalle doppie sempre nei posti sbagliati : -Qui non ce n’è signori! Dammi del TU, mi sun “u Vitorriu”!-
Inizia poi a parlarmi di sé. Dal suo racconto comprendo che nei rari momenti durante i quali gli infermieri riescono a riprendere contatto con la loro autenticità, emerge una sensibilità e una dolcezza che scompaiono seppellite dal dolore quotidiano del reparto. Quando poi il ritmo rallenta e ritorna “umano”, rimangono le persone. Svuotate e inermi al cospetto delle loro vite personali. Vittorio, separato dalla moglie Carmen, che l’ha lasciato portandosi via in Ecuador anche il loro bambino di 6 anni. Vive da solo al piano terra di un buio appartamento in via Anzani. Rimane ad abitare lì perché è vicino all’ospedale e soprattutto perché i muri sono di sua proprietà, essendo stata la casa di famiglia. Abita da sempre quei muri grigi in penombra, arredati con altrettanto tristi mobili in stile anni cinquanta, in maggioranza di umile fòrmica color marrone scuro. La credenza della cucina invece è verde acqua con i piedi in acciaio smaltato nero, come in uso allora. Il grande tavolo della cucina, anch’esso di fòrmica e le gambe in acciaio nero. Sopra al tavolo c’è un portacenere di latta colmo di mozziconi di sigaretta, regalato dal suo amico Marco della latteria. Vicino al portacenere troviamo un pacchetto di “MS blu morbide”, una confezione di “Minerva” e l’immancabile bottiglia di The freddo alla pesca. Nell’aria odore di caffè. La finestra si affaccia sul cavedio affollato di mollette per stendere cadute dai piani alti.
Tante cose sono passate nel greto di questo torrente: momenti di piena e momenti di siccità, tenerezza e rabbia. Sua mamma e suo papà, già anziani quando nasce Vittorio. Il loro unico figlio. Un bambino riservato. Vive con loro la nonna paterna. La prima MS blu gliel’ha data lei. Il mercoledì, giorno di chiusura della piccola drogheria della nonna, lui la accompagna a San Quirico a trovare sua sorella, la zia Silvana. Abita in un appartamentino al piano di sopra della tabaccheria che gestisce da sola. Non si è mai sposata. La zia spesso prepara i cannelloni al forno con il “tocco”. Cucina bene. E’ l’unica occasione che ha per sfoggiare tutta la sua arte gastronomica. Dopo pranzo mentre le due sorelle parlottano tra loro sorseggiando il caffè, Vittorio va a chiamare al piano di sopra il suo amico Andrea. Sono tempi tranquilli, possono andare a spasso bighellonando nel quartiere o spingendosi anche in esplorazioni dei dintorni. Poi, verso le quattro del pomeriggio fanno ritorno perché Vittorio di lì a poco dovrà prendere il 7 con la nonna per andare a casa.
Ritorno in trincea:
-Infermiere! Presto! La padellaaaa!!- ma purtroppo Vittorio non riesce ad arrivare in tempo. La “bomba marrone” è esplosa in tutta la sua virulenza odorosa. Mentre sta nuotando nella materia più immonda lo chiama, anzi lo pretende, il dottor Ilario Invernicoli tristemente noto come il peggiore piantagrane del reparto, forse anche dell’intero ospedale. Per amici e (soprattutto) nemici “Doc Testicoli Tossici”. Alto più di due metri, è magrissimo tranne che sull’addome, talmente prominente da farlo sembrare in attesa di un bambino. Un terrificante toupet color rosso fuoco gli sta appiccicato alla testa a pera come un frutto in decomposizione. Per terminare il capolavoro, “testicoli tossici” ha pensato di farsi crescere i baffi, anch’essi rossi. Il nomignolo nasce quando un geniale infermiere originario di Voltri(paese caratterizzato dai peggiori “mena belino” della regione) scrive nel bagno del personale: “ Invernicoli dai tossici testicoli”. Nel soprannome qualche parte di verità è tuttavia presente. Ilario assume ansiolitici in modo incontrollato. D’altronde al di là del lavoro, tutt’altro che tranquillo, riceve le pressioni maggiori in ambito familiare. Figlio unico di madre vedova. Una donnetta piccola e secca con gli occhietti di un uccellino, ma con la grinta di un avvoltoio. Parla piano, ma ogni frase che dice è tagliente come un bisturi usato da mano esperta.
Un giorno lei lo umilia con una semplice domanda, mettendolo in ridicolo di fronte al turno delle infermiere.
-Ilario, ti sei cambiato le mutande?-
Ogni sera a cena sua madre ripropone sempre i soliti argomenti:
-Ilario, finisci la tua minestrina che ti fa tanto bene!-
-Ilario, stai attento alle donnacce!-
-Ilario, prendi le tue medicine, così stai più tranquillo!-
La mamma parla sottovoce, un sibilo appena. Lenta, fredda, sempre inesorabile come una amputazione. Lui soffre molto questi pungoli roventi che gli giungono a tradimento scavando nella sua bassa autostima. Trova un poco di sollievo solo nei dolci. Ne mangia in continuazione, ma non solo, se li cucina personalmente, filmando con cura tutti i passaggi della ricetta che poi inserisce nel suo blog intitolato “Invernicoli al forno!” purtroppo per il povero Ilario, seguitissimo dalle spietate infermiere del reparto che lo hanno ribattezzato crudelmente “Testicoli al forno!”.
Tornando all’azione in corso, Vittorio, visibilmente scocciato, risponde ad Invernicoli urlando: - Belin!”Arìvo”!-(la doppia il genovese la dimentica sempre) -”Arìvo” appena finisco questa nuotata nella merda!-
Invernicoli incalza stizzito: - Si dia una mossa infermiere Dagnino(il cognome “du Vitorriu”), non abbiamo tutto il giorno!-
-Te l’ho detto che “arivo”! Sta’ un po’ bravo Invernicoli!- gli risponde Vittorio. Ilario sospira rassegnato e aspetta il suo turno. Nello stesso momento arriva una donna magra e slanciata, fasciata in un vestito lungo color crema che si sposa bene con il colorito olivastro del suo volto dai lineamenti delicati ma forti. I lisci capelli neri emanano l’essenza sottile di un profumo fresco, persistente ma non troppo. Il trucco è anch’esso piuttosto discreto ed è steso con gusto. Si rivolge a Ilario.
-Buonasera, mi chiamo Silvana Cirillo, sono stata contattata telefonicamente da Voi. Sono la figlia di Romola Cirillo. Come sta? Cosa è successo stavolta?-
Ilario rimane sorpreso ed intimidito per qualche istante prima di risponderle.
-Si, buonasera, sua madre è qui da noi. Al momento è sotto osservazione, siamo in attesa di ricevere l’esito dei prelievi sanguigni. Sembrerebbe trattarsi di una crisi metabolica. Sua madre ha il diabete?-
-Si, lo hanno causato probabilmente i tanti antipsicotici che prende ormai da anni per curare il disturbo bipolare. E’ un calvario. Sia quando li prende che quando non li prende.-
-Capisco, ha modo di fornirmi un elenco dei farmaci che assume attualmente?-
-Purtroppo no dottore, sono ormai anni che mi chiude sistematicamente porta e telefono in faccia. Lo chiamano episodio disforico. Rabbia e delirio che poi può precipitare in depressione maggiore con alto rischio di comportamenti autolesionistici o suicidari. Pertanto no, non posso sapere cosa assume e se lo assume secondo le prescrizioni-
-Quasi certamente si tratterà di una crisi metabolica. Ma sapremo tutto all’arrivo dei referti sanguigni.-
Nel mentre arriva finalmente Vittorio e Invernicoli dispone che a Romola venga somministrata una terapia infusiva. Fa cenno a Silvana di seguirlo. La accompagna dalla madre e poi lascia sole le due donne. Il volto di Romola si fa scuro.Non parla a sua figlia, le volta le spalle e si chiude in un silenzio rancoroso. La vita di Silvana è sempre stata così. Continui dispiaceri e cattiverie, fin da bambina. Feste di compleanno rovinate per qualche scenata egocentrica di Romola, uomini di dubbia reputazione rimorchiati e portati a casa con lei bambina nella stanza accanto, mancati pagamenti a seguito di debiti di gioco o per aver perso i soldi dalla borsetta. Silvana poi un giorno si innamora giustamente di un ragazzo. Questo fatto moltiplica gli episodi maniacali di Romola. Per fortuna la ragazzina Silvana viene accolta a braccia aperte dalla famiglia del suo ragazzo. I genitori di Roberto sono due persone allegre e sempre circondate di gente simpatica. Hanno una drogheria con annessa torrefazione. Entrandovi Silvana viene sempre salutata da un commovente profumo di caffè e da un arabesco di colori e forme in ogni angolo del locale. L’antica cera per mobili, il sapone di Marsiglia, i sacchi di legumi e cereali secchi. Le farine e le miscele di caffè. L’espositore con il cioccolato di Modica. C’è perfino un angolo dedicato alle caffettiere napoletane. Ma l’elemento più prezioso è il sorriso gentile della mamma e del papà di Roberto. Riescono a contagiarla con la loro passione per le cose buone e piene di poesia. Lei impara a poco a poco ogni aspetto della conduzione della drogheria e le svelano i segreti della tostatura dei caffè. La Famiglia si trova dove si ha il cuore.
Il volume di questa storia sfuma fino al silenzio. Ritorno a me stesso. Mi stanno chiamando.
5. Ritorno alla realtà - - Luca Re!- rispondo di essere io.
Mi consegna un foglio dicendo: -Lei se ne può andare. Ha due costole incrinate, prenda qualche antidolorifico se sente dolore. E’ andata peggio al ragazzo che le cascato addosso. Si è rotto una gamba e uno zigomo. La saluto SIRE Re Luca di Pontedecimo!- e se ne va sghignazzando(è l’infermiere “voltrino” ideatore del geniale nomignolo appioppato al povero Ilario).
-Stammi bene infermiere “de Utri”!-
Squilla il cellulare. E’ Anna.
-Ciao. Uno stronzo maleducato che ha detto di chiamarsi dottor Invernicoli mi ha telefonato che ti dimettevano.-
Sorrido. Piove ancora. Chissà se smetterà mai. Per ora termina il primo set. In parità.